Padre Angelo Arpe

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– Nato il 2 luglio 1886 a Monterosso al Mare 

– Battezzato il 25 luglio 1986 dello stesso mese da Don Giuseppe De Paoli, da poco più di un anno preposto di San Giovanni Battista, essendo succeduto a Don Domenico De Paoli, morto a 75 anni di età il 9 giugno 1884. 

 

I GENITORI:

Il Padre:  Arpe Angelo, nativo di Monterosso
La Madre: Pendibene Angela Maria, nativa di Cassana, frazione di Borghetto Vara

FRATELLI E SORELLE

Gli altri membri della famiglia In successione cronologica:
Angelo Nicola, nato il 15/7/1880;
Lorenzo Giovanni Battista, nato il 14/5/1881; (diventerà gesuita);
Domenica, nata il 2/2/1883, morta l’11/2/1883;
– Una sorella gemella, morì subito dopo il battesimo;
Domenica Luigia, nata il 28/2/1884 Sposò Gardella Emilio il 10/701909;
Angelo silvio, nato il 2/7/1886 (diventerà comboniano);
Linda ,nata il 31/8/1888 sposò Castagneto Emanuele il 30/1/1915;
Adalberto (o Roberto), nato il 13/3/1890- entrerà in seminario- morì il 12/8/1908;
Letizia, nata il 21/5/1893, morì il 20/2/1893;
Agostino Giacomo Nicolò, nato il 25//7/1895, morì il 20/8/1895;
Elena, nata il 21/5/1898 sposò Valente Giovanni Battista il 16/11/1925;
Laura Palmira, nata il 4/7/1901, morì il 1/6/1914.

Tra questi vi è da ricordare Lorenzo che entrerà nella Compagnia di Gesù e diventerà insegnante per oltre venticinque anni nel Collegio San Tommaso di Cuneo e morirà il 30 settembre 1937 a Muzzano nella Scuola Apostolica che lo aveva educato fanciullo. A lui p. Angelo fu teneramente legato e nelle lettere dirette alle sorelle dopo la di lui morte lo ricorda con struggente effetto.
Di un terzo figlio, Adalberto nei registri di battesimo, Roberto nei registri dei defunti si sa che a differenza di Angelo e Lorenzo non entrò in una cogregazione religiosa bensì nel Seminario diocesano di SArzana, ma non potè terminare gli studi e diventare sacerdote perché morì il 12/8/1908 all’ età di 18 anni.
Non deve meravigliare il fatto che i tre figli maschi della famiglia Arpe si dedicassero al servizio di Dio  e delle anime del sacerdozio, arivando a coronare il loro sogno i primi due (Lorenzo e Angelo) o approdare anzitempo – ma sulla stessa via – alla patria celeste (Adalberto/Roberto).
Il servizio di Dio nel sacerdozio e nella vita religiosa dei membri di una stessa famiglia era segno della profondità e ricchezza di fede che si viveva nell’ambito familiare.A questo riguardo, per limitarci a Monterosso, è di ieri l’esempio dei quattro fratelli Durante e della sorella Brigida, tutti cappuccini; come è di ieri l’esempio di P. Francesco Benvenuto, missionario del Preziosissimo Sangue e della sorella Severina (in religione Giacomina) cappuccina, cui si può unire lo zio don Giacomo Pastine, sacerdote diocesano, e ancora l’esempio del compianto Don Alberto Zanini e della zia Suor Elena Saporiti (gianellina).

A dodici anni, nel gennaio 1898 Angelo Arpe lascia la famiglia ed entra nella Scuola Apostolica dei Gesuiti a Monaco Principato. Ma non è solo:con lui vi è il fratello Lorenzo.

Non è stato possibile chiarire per quali motivi i due fratelli prendessero una tale decisione , ma certamente vi è da ritenere che la profonda religiosità vissuta in famiglia guidasse questa loro scelta.

Si conosce meglio l’occasione che pochi anni dopo indusse P. Angelo a lasciare il seminario di Monaco per diventare missionario comboniano. Venne a Monaco il vicario apostolico dell’Africa  centrale , mons. Antonio Roveggio e parlò ai giovani della missione e della vita dei missionari con tanta foga ed entusiasmo che Angelo ne rimase affascinato e nell’autunno del 1903 entrò come novizio nell’Istituto Missioni Africane di Verona, fondato dal Comboni.

Così lo descrive un suo confratello, P. Ambrogio Festa, qualche anno dopo: “Entrai nella casa madre di Verona il 17 Settembre 1907. Dopo il riosario cena. E’ il primo incontro con la comunità in refettorio: superiori, professi, novizi e postulanti. Come i9n seminario. Girai lo sguardoi quà e là . Il superiore generale P.Angelo Colombaroli, l’avevo visto a Vicenza,  e anche venti giorni prima quando mi presentai per l’accettazione. Padre Vianello: l’avevo visto pure, come qualche altro vicentino: Molo, Cisco, Ghiotto. Tutti gli altri erano facce nuove, con cui avrei dovuto fare comunque conoscenza. L’occhio però si fermo su u giovane smilzo, giallo, pelle ed ossa: non si vedeva altro. Quello, pensai, è ammalato; quello lì muore in settimana. Era un giudizio temerario. Sotto quella pelle ed ossa si nascondeva una fibra forte, capace di affrontare il clima tropicale per oltre trentanni, senza una febbre, senza un malanno”.

E se anche alla visita di leva fu dichiarato “inabile al servizio militare per grave debolezza di costituzione” (e scherzosamente dai confratelli veniva chiamato  scheletro ambulante) Angelo nascondeva una fibra eccezionale.

Scrive P. Gaiga: “Resterà in Africa 34 anni senza aver gustato neanche la più piccola medicina e aver avuto una linea di febre. Caso più unico che raro. I Superiori avevano ordinato a tutti i missionari di prendere ogni giorno il chinino contro la malaria. Padre Arpe era solito dare una leccatina alla solita pillola, “in ossequio all’obbedienza” diceva, e tutto finiva lì. Le suore erano solite commentare: ” Costui la chiave che chiuderà la sua vita, l’ha persa in mare da bambino”. 

A proposito della sua resistenza alle intemperie, scrive sempre P. Gaiga: “Durante i crudi inverni bresciani, era solito salire sulla torretta dell’Istituto, esposta ai quattro venti, perchè non c’erano finestre e si fermava a lungo in meditazione. Talvolta vi dormiva pure, “per abituarsi alle temperie” diceva. Un giorno le suore di Maria Bambina, dove andava ogni mattina  per tempismo a celebrare la messa , gli regalarono un paio di guanti e una sciarpa. Padre Angelo adoperò quegli oggetti solo il giorno seguente per far vedere che li aveva graditi, poi consegno tutto al guardarobiere. Quando arrivò la flanella, sempre come omaggio delle suore, la portò bella e piegata al fratello incaricato alla biancheria. “Questa te la posso dare subito, tanto le suore non verranno a vedere se l’ho addosso”. A chi gli chiese che tipo di maglie usava, aprì la veste all’altezza del petto e fece vedere la pelle: “ecco qui la mia maglia; non l’ho mai cambiata”.

Padre Angelo ricevette l’ordinazione Sacerdotale a Verona il 07 Agosto 1910. In quella occosione torno per breve tempo a Monterosso per celebrare le sue primizie sacerdotali attorniato dai suoi familiari, dagli amici, da tutti i cittadini nonchè da l Parroco, Don Giuseppe De Paoli che lo aveva battezzato. Di lui, e del nipote Don Lorenzo De Paoli che in quel tempo era curato a Monterosso, si ricorderà in ogni lettera inviata alle sorelle pregandole di trasmette loro i suoi saluti. Questi contatti dovevano essere abbastanza frequenti, se le informa “se troverò cinque minuti di tempo, scriverò due righe al Reverendo Prevosto”.

Rientrato a Verona fu inviato a Brescia come assistente e insegnante dei seminaristi presso l’istituto Comboni. Annota Padre Gaiga: “Lo spirito di allegria schietta e genuina che lo caratterizzò durante gli anni giovanili gli servì per trasmettere la sua passione per l’Africa ai giovani che si preparavano a diventare missionari”.

Per Padre Angelo l’attesa non fu lunga. Il 25 agosto 1912 si imbarcò a Trieste destinato al Sudan meridionale. Il viaggio  era allora, lungo, faticoso e pieno di difficoltà. Dopo la navigazione ordinaria, il viaggio veniva compiuto su battello per via fluviale seguendo il corso del Nilo Bianco e infine su piste carovaniere.

Scrisse nella sua prima lettera alla missione: “Per ben due volte il nostro battello fu bloccato dalle erbe galleggianti, ma quando lasciammo il corso d’acqua la situazione non migliorò di molto. Da Wau a Kajango viaggiavano con noi 24 somari scheletriti che stavano in piedi per scommessa. Andavano in quella missione in… vacanza, per ristabilirsi dalle fatiche appena sopportate e per prepararsi ad altri viaggi con i missionari. Queste umili bestie infatti sono i mezzi di trasporto per le masserizie dei missionari e per ciò che occorre per fondare una Missione. A un ponte sopra un torrente i somari si rifiutarono di procedere. Per farla breve padre Bertola ed io dovemmo trasportarli di peso, uno alla volta. Il bello e che dopo aver sistemato l’ultimo sulla riva, il primo tentò di ripassare il ponte di corsa conducendosi dietro tutta la compagnia. Padre Bertola afferrò quel dispettoso per le orecchie e lo alzo di peso mettendolo sulla via giusta, e poi vi montò sopra. Io feci altrettanto con quello che lo voleva seguire. A notte fonda arrivammo in una località intermedia dove il capo del villaggio ci assegnò una capanna per passarvi la notte . Qui una miriade di grilli ci fece compagnia fino al mattino. A tenermi sveglio contribuì anche l’angareb (lettino) troppo corto (o io troppo lungo) e una tremenda zuccata contro lo stipite, bassissimo, della capanna che mi procurò un notevole bernoccolo con relativo dolore. Ma era quella vita che avevo sognata da tanti anni”.

E’ ancora P. Angelo che qualche anno dopo in un altra sua lettera descrive la località, Mboro, dove svolgerà gran parte della sua attività missionaria e dove finirà sotto i colpi del suo assassino: “Alla fine di dicembre vi feci la mia prima visita. Salii la mia nobile cavalcatura. Era precisamente quell’asino che nel primo viaggio mi aveva portato tanto gloriosamente. E’ alto, magro, così che per montarlo ci vuole proprio una scala. In visita di queste due doti l’ho battezzato “scaligero”. La strada è in gran parte circondata da alta erba. Solo di tratto in tratto qualche albero gigantesco stende i suoi rami e regala un pò d’ombra benefica sotto questo sole tropicale. I campi di “durrà” sono ormai ridotti a deserto dopo il racolto fatto da pochi giorni. Qua e là gruppi di faraone si posano e si sollevano strepitosamente al mio passaggio. Che disgrazia non essere nato cacciatore! Avrei potuto metterne all’umido più d’una. Ma ecco cge il mio “scaligero” col suo passo diplomatico mi ha ormai condotto al fiune Gheti. Ancora un ora e siamo a Mboro. Dopo il fiume la strada si fa più varia e comincia lentamente a salire. Nella vicina foresta scorazzano schiamazzando schiere di scimmie; gazzelle fischiano e fuggono veloci. Mboro si presenta superba ai piedi di due belle colline. Là nella spianata si estende l’ampio recinto ovale del capo, colle capanne delle regine.

Tutt’attorno altre capanne numerosissime dicono che gli abitanti non mancano e non mancherà quindi il lavoro di evangelizzazione. La Posizione è magnifica. Quando prima mi parlavano dei colli di Mboro stentavano a prestar fede, perchè avevo visto che da queste parti un rialzo di 30 o 40 metri viene onorato dal titolo di collina o anche di monte. Questa volta però vedevo due belle catene di vere colline che si elevavano al cielo e mi davano l’illusione dei leggiadri colli lombardi, spogli però di vigneti e di alberi fruttiferi.

Volli subito far prova della salita. Sceso di selle dò di mano ad un bastone, e avanti, su, tra l’erba alta due o tre metri , tra sterpi e serpenti, che qua e là sibilano e fuggono. L’ascensione e resa faticosa da tutto quell’ingombro di vegetazione tropicale che non lascia vedere dove si mette il piede. Fortunatamente sono in cima! Che stupendo panorama! Vaste pianure si stendono allo sguardo in tutta la loro vegetazione e si perdono all’orizzonte. Un’aria leggera dilata i polmoni. Quanto differente da quella che si respira al piano, pesante, miasmatica, compagna fedele delle febbri”.

E incominciò la vita di missione. Quasi subito P. Angelo e fratel Fioravante costruirono una casetta in mattoni di due stanza, che sostituì le prime due capanne. I missionari adibirono di volta in volta secondo la necessità, la “bicocca,, (così chiamarono la cassetta) a scuola, a camera da letto, a stanza per riceveregli ospiti, ad un ufficio, a magazzino e a stalla per le poche capre che i missionari si erano procurate per avere un pò di latte.

A proposito di capre: quasi due mesi prima del suo martirio, il 3 settembre 1946, in una delle sue prime lettere scritte dopo la fine della guerra, dice alla sorella Elena:”Se Franco fosse qui, invece di tre pecore dovrebbe custodirne più di 40. Però qui sono tutte senza lana e hanno pochissimo latte. Noi le teniamo per mangiarle – qui non c’è macello – Quando la stagione è buona i cacciatori uccidono gazzelle (che sono come capre) e faraone. Di queste c’è nè a migliaia e qualche volta i cacciatori uccidono anche l’antilope che sono come buoi selvatici”.

Ma ritorniamo agli inizi della missione, seguendo le notizie fornite da padre Gaiga:”Accanto alla casa sorse la chiesetta, dalle pareti di mattoni e dal tetto di paglia. “Non è grande ma tanto bella… e poi è sempre piena di ragazzi che pregano” dicevano con soddisfazione i missionari. La Prima guerra mondiale provocò l’allontanamento dal Sudan meridionale (sotto giurisdizione inglese) di alcuni missionari che per loro nazionalità erano considerati nemici dell’inghilterra, per cui alcune missioni dovettero essere chiuse. Mboro seguì questa sorte, ma nel 1916 padre Arpe era di nuovo là con Padre Festa, pratico di falegnameria e fratel Vincenzo Ghiotto, muratore.

L’accoglienza della gente fu trionfale. Nemmeno un anno dopo una nuova chiesa in muratura di 30 metri per 6, faceva bella mostra di se. Per la inaugurazione della chiesa padre Arpe propose ai missionari e a tutta la comunità cristiana tre giorni di esercizi spirituali da farsi nel massimo silenzio e raccoglimento come si suole nei conventi di stretta osservanza”. La proposta fu accettata; tuttavia i confratelli di P. Angelo dubitarono della sua osservanza del silenzio cionoscendoi la sua esuberanza di carattere che spesso lo portava a esplodere, all’improvviso, in canti o esclamazioni di allegria. E gli dissero della loro perplessità. Egli ricordando i quasi due anni passati a Mboro “quasi sempre da solo, senza avere una persona con cui parlare” garantì che avrebbe osservato il silenzio proposto. E aggiunse p. Gaiga – “salvo qualche trillo inavvertito e subito represso, conservò un esemplare silenzio. Col passare degli anni della missione di Mboro cambiò aspetto. La Chiesa divenne ancor più spaziosa per poter contenere i cristiani che aumentavano a ritmo vertiginoso: altri fabbricanti più ampi, con scuole e officine, presero il polso dei precedenti: l’arrivo delle suore contribuì a dare un volto nuovo al villaggio e alla popolazione, soprattutto per quanto riguardava le donne e le ragazze”.

 Mentre anche nei villaggi attorno a Mboro i battezzati crescevano di numero, p. Angelo provvedeva a dotare queste nascenti comunità di cappelle per le pratiche religiose. Scrive in una lettera alla sorella il 18 dicembre 1931: “ai primi di dicembre sono arrivato ai confini della mia missione. Ho dovuto viaggiare per circa 50 Km in mezzo ad acqua e fango, ma finalmente per la festa dell’immacolata Concezione ero in mezzo ai miei cristiani… Finite le feste natalizie andrò in visita alle comunità più lontane e preparerò il posto per la costruzione di una cappella alla nostra cara Madonna di Soviore”. Puntualmente, nemmeno due mesi dopo, il 5 febbraio 1932 scrive: “Sono ritornato un momento fa ai miei cristiani lontani. Ho celebrato nella uova cappella dedicata a S.Anna secondo l’impegno che presi con le due sorelle. In tale occasione ho già dato alcuni battesimi e vi ritornerò prima della S. Pasqua per ammettere alla comunione alcune povere vecchio che non potranno venire alla missione troppo lontana per la loro età. In questo viaggio ho pure scelto il posto e dato ordini per la costruzione della Cappella dedicata alla nostra carissima Madonna di Soviore. Spero che i nostri Monterossini mi verranno in aiuto e non dimenticheranno la promessa che mi hanno fatto”.

Scrive p. Gaiga: “Camminatore instancabile, padre Arpe percorreva a decine e decine di chilometri a piedi per visitare i cristiani sparsi nei villaggi. L’Asino serviva per trasportare il ragazzo che l’accompagnava. Durante questi suoi safari non portava mai il fucile (del resto non amava la caccia, la praticava raramente in caso di necessità)perchè non voleva che la gente avesse l’impressione che si andava a visitarla andando a caccia.

Al ritorno dei suoi interminabili e faticosi viaggi, invece di prendersi un pò di riposo, come facevano gli altri missionari, mangiava un boccone e poi riprendeva le consuete occupazioni come fosse rimasto in missione, oppure ripartiva immediatamente per un secondo viaggio. La sua resistenza alla fatica, stupì sempre tutti.

Quando in missione arrivò la bicicletta, divenne un ‘corridore’ imbattibile. Percorreva anche 170 km al giorno, con quelle strade nutrendosi di arachidi e latte e poi tornava fresco come una rosa. Se gli restavano ancora un paio d’ore di sole, diceva vado a fare due passi. I due passi erano altri 10 o 15 km.

Una sera fu sorpreso da un uragano terribile nella savana. Calò la notte e la pioggia divenne fredda. I tamburi dei villaggi rullarono a lungo per comunicare la scomparsa del missionario, ma nessuno si arrischio di avventurarsi a quell’ora nell’erba alta.

Al mattino presto, quando i missionari erano appena entrati in chiesa, si udì un grido: “Ehi della bicocca!…era il modo con cui il Padre annunciava il suo arrivo. Tutti tirarono un sospiro di sollievo e uscirono di chiesa. Padre Arpe veniva avanti in mutande, tenendo per la cavezza l’asino sul quale c’era il giovane che lo aveva accompagnato. “Cosa è successo?” gli chiesero preoccupati i confratelli, “Un pò d’acqua e questa bestiaccia si rifiutava di camminare. Così abbiamo passato la notte sotto la sua pancia che ci ha fatto da ombrello”. La veste talare, inzuppata d’acqua era sull’asino e i calzoni indosso al ragazzo infreddolito.

In un altra occasione, mentre l’asino nel momento di emergenza non volle più andare avanti, saltò fuori da un cespuglio una iena che tentò più volte di assalire ‘ a posteriori’ la cavalcatura la quale, questa volta, si decise ad affrettare il passo verso la missione.

Nel 1932 nella lettera del 15 febbraio, alla sorella scrive:”come avrai letto o leggerai sulla ‘Nigrizia’ (periodico comboniano che informa sulle attività dei missionari) appena arrivato in missione sono andato a fondare la lontana stazione tra le tribù degli ASLI. Il lavoro è quanto mai promettente. I miei missionari sono pochi insufficienti al bisogno e quindi io devo correre spesso da una stazione all’altra dove vi è piu bisogno. Provvidenzialmente i benefattori mi hanno provvisto di un ottima moto Guzzi che mi porta come un lampo”.

Quattordici anni dopo, il 1 Aprile 1946, alla sorella Elena scrive;”Qui  nella missione di Mboro il lavoro è triplicato in questi ultimi anni.. per fortuna arriveranno presto dall’Italia giovanni missionari ad infondere nuovo vigore nel nostro lavoro così intenso. Il tuo fratello, ormai sessantenne, colla barba e i capelli brizzolati, è ancora all’avanguardia. In motocicletta o in bicicletta percorre foreste immense per strade quasi impraticabili… certo che l’Angelo suo custode ha da lavorare per salvarlo dai continui pericoli di cadute in fossati, in dirupi, per proteggerlo dai serpenti, da ogni genere di bestie feroci, leoni leopardi, ecc… e soprattutto dalla malattia (malaria) così terribile in questi paesi.

Battesimi ai poveri pagani moribondi, assistenza ai neofiti sparsi in mezzo ai boschi, istruzione ai catecumeni di ogni età e soprattutto un lavoro di una pazienza eroica per combinare cristianamente e poi condurre i matrimoni fatti, tengono occupato tuo fratello.

Avvicendadosi la pasqua il lavoro diventa più imperioso e forte. Ci sono da preparare 100 ragazzi al S. Battesimo, altri alla prima Comunione, un 50 donne saranno battezzate  a Pasqua e poi unite in matrimonio e restano così benedette 50 famiglie”.

Non v’è quasi lettera in cui non dia notizia del suo lavoro missionario. Scrive il 22 novembre 1932:”La mia vita è la più bella perche si può dire che ogni giorno mando qualche anima in paradiso. per il S. Natale quelli che sto preparando S. Battesimo da tutte le parti, sono a centinaia e d’ogni età, anzi in massima parte vecchi e vecchie che ricevono dal Signore la grande grazia di guadagnarsi il paradiso nell’ultimi giorni della loro vita”. E’ il 6 novembre 1939 scrive:”Ti unisco una fotografia di ragazzi che stiamo preparando al S. Battesimo per la festa dell’Immacolata”. Anche il 3 settembre 1946, passata la bufera della guerra, scrive ancora:”Ti unisco due mie fotografie prese in mezzo ai miei neri: un gruppo di vecchie che sto preparando al Battesimo coi loro nipotini; l’altra sono due miei cari amici, figli di cristiani ai quali si insegnano le preghiere”.

Ma già il 5 febbraio 1932 potev scrivere:”ho già dato ormai tanti battesimi che ho potuto con tutta facilità soddisfare le domande degli offerenti e procurar loro un figlioccio nero di pelle  ma candido di anima che ogni giorno prega per loro”. (P. Angelo si riferisce alla iniziativa promossa dall’Opera della S. Infanzia, per la quale che offriva un aiuto concreto alle missioni, aveva un bimbo nero al quale, per gratitudine, veniva posto il suo nome: una forma cristiana più degli odierni gemellaggi.

P. Angelo pur lontano da Monterosso non dimenticava il Paese Natale; anzitutto la Madonna di Soviore, cara al cuore di tutti, e naturalmente i suoi familiari.

Il ricordo della Madonna di Soviore  ricorre sovente nelle sue lettere. S’è ricordato l’impegno ad erigere, in terra di missione, una cappella alla Madonna: ma nelle sue lettere rivela anche l’intensità della sua devozione:”Il buon Dio e la nostra cara Madonna di Soviore mi conservano in piene forze per lavorare per la salvezza di questi neri… Ho qui sempre sul tavolino la bella e divota statuetta della Madonna di Soviore che don Pastine mi diede come caro ricordo” (lettera alla sorella del 22 novembre 1932). In pari scrive a don Pstine inviandogli una foto della missione:”Carissimo don Giacomo. Ho qui sul tavolino il tuo gentilissimo regalo: la stauetta della nostra cara Madonna di Soviore. Quanto mi è cara e come per me è consolante il farla conoscere e lodare da queste care anime appena rigenerate a Cristo!…”

Le vicende della guerra lo preoccuparono non poco, e affidò la sorte dei suoi cari lontani alla protezione della Madonna di Soviore. Scrive nella prima lettera dopo il conflitto:”Dopo tanto tempo, ora anche per grazia di Dio si sono aperte le comunicazioni posso riprendere la nostra corrispondenza interrotta per circa 6 anni. Nei primi tempi forse voi eravate in pensiero per me, però pericoli non ne abbiamo mai avuto. Io ho continuato sempre il mio lavoro e nella mia stazione.

Passati i primi anni per noi qui cessò qualunque apprensione, però cominciai ad essere in pensiero per voi perchè la bufera che si rovesciò sulla nostra povera Italia. Sono ormai più di tre anni che non ebbi neanche un comunicato telegrafico da voi. Io lo spedii, ma dubito che vi sia arrivato.

Quante volte sognai la mia  bella chiesa di Monterosso così esposta ai pericoli, già distrutta, e il pittoresco convento dei cappuccini un cumulo di rovine precipitato in mare. Che la buona Madonna di Soviore (il cui quadro mi è sempre davanti) si sia intromessa colla sua potente intercessione”, (lettera alle sorelle Domenica ed Elena del 3 ottobre 1945). Il 1° Aprile 1946 conferma la sua convinzione: “Carissima Elena, da mesi ho ricevuto la ttua cara lettera.. le notizie sono ben migliori di quanto si poteva aspettare in questi tempi così tristi: la Madonna di Soviore ci ha visibilmente protetto”.

Ma vi era anche nelle lettere il ricordo dei cognati: Baciccin, Emilio, Manuelin, dei nipoti Renzo, Franco, Lauretta, Lorenzo, Lello, Angioliono, Marietta (con qualche annotazione per sonale; p. es. “di ai tuoi Renzino e Franco che ogni notte sento il gamba’ che grida a pochi passi dalla mia stanza. La iena ieri notte, ci assaltò alcune capre, ma i ragazzi la fecero scappare”, oppure “raccomando di guardarsi dalle cattive compagnie che s’incontrano facilmente specialmente nelle città e non tralascino i doveri di buoni cristiani, le preghiere del mattino e sera, la frequenza alla Chiesa…, ecc.). Si univa  spesso il ricordo dei parenti più stretti, i cugini Luigia, Ciccin, Clorinda, Domenico, Galileo, Angiolino di Linda. Non mancavano mai i saluti per il parroco(lettera del 1° aprile 1946 chiede notizie del nuovo parroco), per don Giacomo Pastine e nel 1937 per Eliseo, il sacrestano. Questi nomi, l’insistenza con la quale in ogni lettera vengono ricordati, testimoniano un legame con i propri familiari (e il proprio paese) che va al di là dei convenevoli, perchè intriso di affetto.

E a questo riguardo riporto l’unica lettera conservata e diretta alla mamma che già “voi” con cui si rivolge ad essa, rivela l’esistenza di un senso di infinita tenerezza:

“Roma, 19 Novembre 1925. Amatissima Madre, sono arrivato a Roma ieri, felicemente. Tutto il giorno è stato piovoso. Sono anciora commosso per tutte le premure che mi avete usate sia la madre che le sorelle e i cognati. Il Signore, com’io prego ogni giorno, saprà ricompensarvene…Il Buon Dio vi conforti, o cara Madre, per il sacrificio che gli avete fatto così generosamente. Vi bacia il vostro figlio Angelo.”

Sono espressioni che si commentano da sole.

P. Angelo fu ucciso il 1° novembre 1946 nella sua missione di Mboro che in quel giorno era in festa per la prima messa celebrata da P.Arcangelo, sacerdote indigeno battezzato dallo stesso P. Angelo nei primi tempi della sua azione missionaria.

A questo riguardo va ricordato che tra i battezzati di P.Angelo vi fu anche mons. Ireneo Dud, primo vescovo sudanese, figlio di un capo dei Giur di Rumbeck; per alcuni ani mons. Dud fu vescovo a Rumbeck, poi dal 1960, di Wau, nel Bahr el Ghazal.

P.Arcangelo Alì fu ucciso nel luglio 1965 nella missione di Rumbeck: erano i tempi della dura e sanguinosa lotta in atto tra le popolazioni del Sudan meridionale e la parte nord del paese, popolata in prevalenza da Arabi, gli antichi schiavisti predatori che avevano dissanguato per decenni interi villaggi di neri rubando giovani e fanciulle che finivano regolarmente sul mercato di schiavi del Mar Rosso.

Per quanto concerne l’uccisione di P. Angelo Arpe, riporto la relazione dettagliata del P. Briani superiore della circoscrizione del Bahr el Ghazal e pubblicata da la “Nigrizia”:

“Raffaele Mada aveva questioni, per sospetti, col capocatechista del Mboro Leone Gbonje. Il giorno di Tutti i Santi egli chiamo Leone davanti al sottocapo ed espose la sua questione. Il sottocapo gli chiese di produrre i testimoni e siccome questi mancavano, rimandò la decisione a quando si poteva provare l’accusa.

Allora Leone vide Raffaele aggirarsi attorno alla sua Capanna e gli chiese:” che fai qui? che desideri?” ma non ebbe il tempo di finire che Raffaele gli fu addosso ferendolo gravemente con un coltello in più parti del corpo. Alle grida del ferito accorsero il sottocapo e un poliziotto e Raffaele aggredì anche questi ferendoli. Leone sentendosi venir meno gridò che gli chiamassero un Padre per gli amministrargli i sacramenti. Un ragazzo corse alla Missione e riferì la cosa ai missionari che si trovavano a cena. Il Padre Arpe impallidì, mando a prendere medicine dalle Suore. Intanto sentendo forti colpi battuti contro una porta sotto la veranda, si affacciò al refettorio chiedendo chi fosse. Ma una lancia lo colpì trafiggendolo appena sotto lo sterno. Gridò:”Aiuto!Io muoio fuggite tutti!” Fratel Guadagnini corse in suo soccorso, ma non ebbe il tempo, perchè Raffaele, l’Assassino comparve sulla porta e getto un’altra lancia attraverso la tavola in direzione di P.Bono. Per fortuna questi, che in tutta fretta si era alzato per soccorrere p. Arpe, inciampò in una sedia e caddè sotto la tavola, sicchè la lancia lo ferì soltanto leggermente al braccio sinistro ed al fianco. Fratel Guadagnini si gettò sull’assassino immobilizzandolo, ma questi con una mano che aveva ancora libera cercò di colpire alla testa il Fratello, ma gli fece solo una piccola ferita. Riuscito a svicolarsi, uscì nel cortile, ad inseguire Padre Bortolotti e P. Arcangelo, sacerdote indigeno, e anche a prendere altre lance. Il Fratello corse subito in aiuto di P. Arpe, lo fece adagiare sul piccolo sofà della saletta e cerco di estrargli la lancia e per riuscirvi dovette romperla. Frattanto il maestro Placido Wako, accorso al rumore, s’era munito della sua lancia. Incontratosi in Raffaele, questi lo interpellò :”Perchè hai ucciso P. Arpe?; Raffaele allora gli si gettò addosso ma Placido lotto energicamente e lo ferì lasciandolo in una pozza di sangue.. Credutolo tramortito, Placido corse alla casa dei Padri; ma Raffaele riavutosi e raccolta una lancia venne anche Lui alla casa entrò nella saletta e si gettò sul corpo di P. Angelo, conficcandogli la lancia nel cuore. Il Povero Padre si rovescio all’indietro. Il Fratel Guadagnini che era curvo sul Padre, rimase illeso, non si sà come il maestr Placido corse addosso all’assassino, gli conficcò una lancia sulla spalla sinistra, facendola uscire dal fianco destro, rendendolo immediatamente cadavere. Il P. Bortolotti accorse al fianco del P. Arpe, gli suggerì giacolatorie e gli amministrò l’Estrema Unzione: era ancora vivo, ma non parlava più. Il suo occhio rimase dolce, i suoi lineamenti inalterati, l’espressione del volto pareva dicesse:”mi hanno fatto anche questa, pazienza!Signore, perdona!”:

Dopo venti minuti il suo generoso cuore cessava di palpitare su questa terra. 

Alle sue esequie tutto il popolo pianse il Padre e il benefattore. Ora il buon Padre riposa in mezzo ai suoi Cristiani. 

E mia convinzione che il P. Arpe è un martire del suo dovere e del suo amore per gli Ndog. Ora dal cielo continuerà il suo apostolato tra queste povere anime. Non sò spiegare quale furia omicida abbia invaso il disgraziato assassino, se non con una ossessione. Quello che si sà e che Raffaele da qualche mese non frequentava più la chiesa, anzi lavorava ostantamente la domenica. Da una quindicina di giorni gli era morta una bambina cagionandogli molto dolore. Il giorno di tutti i santi, di ritorno dal suo campo verso mezzogiorni, si fermò alla Missione parlando con P. Arpe. Nessuno fu presente al colloquio, ma solo fu visto allontanarsi arrabbiato, gesticolando.

Voleva forse che P. Arpe gli facesse giustizia con il Capo Catechista? Il Padre gli avrà certamente indicato il suo dovere di cristiano. Che il Padre l’abbia rimproverato per la sua cattiva condotta? Dio solo lo sà.

Il 27 ottobre era così felice di aver assistito proprio nella sua stazione di Mboro alla ordinazione di P.Arcangelo Alì, il primo sacerdotedella tribù Ndogo, da lui battezzato e educato: quel giorno, festa di Tutti i Santi, era stata anche la festa del novello Levita.

Il Signore gli volle concedere questa consolazione, e poi per renderlopiù simile a sè, permise che un novello Giuda troncasse i suoi giorni per coronarlo in cielo del premio eterno.

Il triste fatto è da tutti altamente deplorato: gli Ndogo lo ritengono la loro vergogna. Anche il Governatore Generale del Sudan telegrafò da Kartoum il suo cordoglio.

Fin qui la relazione di P. Brian.

L’articolista del “Nigrizia” però prosegue fornendo ulteriori notizie sulla attività missionaria di P. Arpe. Scrive, tra l’altro:

“Egli spese gran parte bdella sua attività apostolica a Mboro, nel Bahr el Ghazal, dopo alcuni anni passati a Kayango, fino a quando gli Ndogo furono richiamati alla loro base di origine, Mboro verso il 1925.

Quindi fondò la fiorente missione Cattolica che oggi conta 5500 cristiani. Trentacinque anni di missione. E’ impossibile ridire tutta l’attività illuminata e le opere sviluppate da questo Apostolo d’eccezione…

Insieme ai suoi valorosi collaboratori egli ha vissuto i tempi eroici della Missione. Era considerato dagli indigeni come il loro Patriarca e di lui si può ben ripetere l’elogio all’Apostolo:”si è fatto tutto a tutti” A veva assimilato l’ambientazione e la mentalità indigena in grado eccezionale… Si deve particolarmente a lui e alla stima universale di cui godeva se il famoso Capo Mboro si convertì alla nostra fede e riceveva il S. Battesimo vicino alla morte nel 1943.

Come si è detto all’inizio di questo Paragrafo, P. Angelo Arpe fu ucciso nel pomeriggio del 1 novembre 1946, dopo aver festeggiato P. Arcangelo Alì che aveva battezzato e che al mattino di quel giorno aveva celebrato la sua prima messa nella Missione di Mboro.

Quello stesso giorno, mese e anno, a Cracovia, diventava sacerdote Karol Wojtilia.

Oggi lo chiamano Giovanni Paolo II